Nuvole, minuti e barattoli di tempo

Nuvole, minuti e barattoli di tempo

L’incontro avvenne al crepuscolo, sotto un campanile che oscillava tra le 18:59 e le 18:61. Oreste misurava una nube a forma di sveglia fusa quando vide arrivare Settimio, seguendo la traccia dei minuti evaporati.

Si studiarono come due tecnici convocati sullo stesso guasto. «Lei sta liberando tempo non autorizzato», dichiarò Oreste, mostrando il barattolo pieno di ticchettii compressi. «E lei lo sta incarcerando senza motivo», ribatté Settimio, sollevando il cronometro fumante, che pulsava come un cuore d’ottone unto. Il cielo si tese come un lenzuolo tirato male.

La nube esplose in una pioggia di secondi che rimbalzarono sull’asfalto con un suono metallico sottile. Nessuno dei due si mosse. Capirono nello stesso istante che il problema non era più l’uno o l’altro. Avevano generato qualcosa insieme: un lunedì che non finiva.

Un giorno senza proprietario che cresceva tra le crepe della città, nutrendosi di ritardi e di forme liquidate. Oreste guardò i barattoli che vibravano ancora sugli scaffali immaginari del suo retino. Settimio sentì i secondi graffiare sotto le suole come granelli di sabbia vetrificata. Poi, senza dirselo, fecero quasi la stessa cosa. Oreste aprì solo due barattoli – quelli con gli autobus e le lancette più pesanti – e li lasciò svuotare nell’aria.

Le forme si dissolsero lente, come fumo di sigaretta in una stanza chiusa, lasciando un odore di gomma bruciata e caffè freddo. Settimio inclinò il cronometro quel tanto che bastava a far cadere una manciata di minuti – non tutti, solo quelli più densi, profumati di domenica pomeriggio.

Caddero sui sampietrini in una cascata breve, metallica, e si dispersero tra le fughe. Il lunedì tremò. La nebbia densa che si era alzata dal pavimento si assottigliò, perse un po’ di consistenza, divenne trasparente in certi punti.

Le persone smisero per un attimo di ripetere gli stessi gesti: l’uomo salutò una volta sola, il cane abbaiò e girò l’angolo. Il campanile batté le 19:00. Una volta. Con un suono che sembrava stanco. Ma non finì. Il lunedì non scomparve. Si ritirò soltanto nelle fessure tra i marciapiedi, nelle pause tra un orario e l’altro, nei ritardi che nessuno denuncia. Oscillava ancora, più debole, ma vivo.

Nutrendosi piano di ogni “arrivo subito” mai arrivato, di ogni scroll infinito, di ogni minuto zoppo. Oreste richiuse il retino con un clic sordo. Settimio ripose il cronometro, che vibrava ancora leggermente nel taschino.

Si guardarono un’ultima volta, senza parlare. Poi si allontanarono in direzioni opposte, ognuno verso il proprio ufficio, ognuno con il proprio registro da compilare. La città continuò a vivere. Per ora.


DANCE ME TO THE END OF LOVE

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