Apocalypse Like (e il tè era very cool!)
APOCALYPSE LIKE (e il tè era very cool!) Oreste avanzò per primo, non con passi ordinari, ma scivolando su un binario invisibile di protocolli violati, come un vagone deragliato che finge ancora di seguire la linea retta della burocrazia. Tra le mani stringeva il suo retino telescopico, un artefatto antico quanto il primo dubbio umano, ora vibrante di una luce violetta – la frequenza esatta dei dubbi non risolti, quei pensieri che rimbalzano tra le sinapsi senza mai atterrare su una conclusione. Dietro di lui, Settimio procedeva con cautela, portando il barattolo dei secondi: il vetro era così caldo che l'aria attorno ai suoi polsi si deformava in miraggi di vetro fuso, come se il tempo stesso stesse sudando per lo sforzo di rimanere coerente. La stanza – se così si poteva chiamare quel cubicolo sospeso nel Poi – odorava di caffè stantio e carta ingiallita, con pareti di cartongesso che sembravano sul punto di sgretolarsi sotto il peso di troppi memorandum non letti. Una stan...