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Apocalypse Like (e il tè era very cool!)

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APOCALYPSE LIKE (e il tè era very cool!) Oreste avanzò per primo, non con passi ordinari, ma scivolando su un binario invisibile di protocolli violati, come un vagone deragliato che finge ancora di seguire la linea retta della burocrazia. Tra le mani stringeva il suo retino telescopico, un artefatto antico quanto il primo dubbio umano, ora vibrante di una luce violetta – la frequenza esatta dei dubbi non risolti, quei pensieri che rimbalzano tra le sinapsi senza mai atterrare su una conclusione. Dietro di lui, Settimio procedeva con cautela, portando il barattolo dei secondi: il vetro era così caldo che l'aria attorno ai suoi polsi si deformava in miraggi di vetro fuso, come se il tempo stesso stesse sudando per lo sforzo di rimanere coerente. La stanza – se così si poteva chiamare quel cubicolo sospeso nel Poi – odorava di caffè stantio e carta ingiallita, con pareti di cartongesso che sembravano sul punto di sgretolarsi sotto il peso di troppi memorandum non letti. Una stan...

Le chiavi del poi

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LE CHIAVI DEL POI Ernesto Armando "Che" Berlingieri aprì il cassetto delle forbici per la terza volta quella mattina. Le forbici non c'erano, come al solito. C'era invece un tintinnio. Leggero, metallico, quasi discreto, come monete in una tasca che non ricordava di aver indossato. Come il rumore che fa qualcosa quando decide di farsi notare. Tirò fuori il cassetto fino in fondo. In mezzo a matite spuntate, volantini vecchi e fazzoletti scaduti, c'era un mazzo di chiavi. Non le sue. Erano le chiavi del Poi: quelle che aprono ciò che tutti rimandano, ciò che aspetta da troppo tempo. Tre, forse quattro, strane come oggetti usciti da un sogno altrui: una a forma di ora storta, una curva e consumata dalla fatica di un appuntamento rimandato troppe volte, una più pesante e opaca — la chiave di una porta che non era ancora stata costruita ma che sarebbe apparsa inevitabile nel momento in cui qualcuno avesse smesso di dire «lo faccio poi». Questa ultima era la più ...

Un mercoledì di ordinaria amministrazione

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Bisogna chiarire subito una cosa sul mercoledì: non aveva fatto domanda. In condizioni normali, questo sarebbe bastato a escluderlo. Il Dipartimento per la Supervisione dei Giorni Centrali — terzo piano, scala B, ascensore che funziona solo se premi il piano prima di entrare, altrimenti ti scarica nel seminterrato dei pomeriggi sospesi e delle ore piccole che nessuno ha reclamato — non accettava presenze spontanee. Accettava richieste in triplice copia, timbrate, firmate con grafia leggibile e corredate da giustificazione temporale. Il Dipartimento esisteva. Aveva una targa leggermente inclinata, un regolamento rilegato in cartone grigio e una cassetta della posta che riceveva lettere scritte il venerdì ma spedite il lunedì — quello che Settimio chiamava «anticipazioni emotive». Era aperto il martedì. Il martedì era in convalescenza da tempo indefinito, certificato rinnovabile ogni 365 giorni con calligrafia illeggibile. Questo lasciava un vuoto amministrativo. I vuoti amministrati...

Dalla profezia al sale: analisi del trascendente nel cinema e nella vita

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L’illuminazione inarticolata: da Peter Weir a Van Morrison Il nostro viaggio comincia in Australia, sotto un cielo gravido di presagi. In L'ultima onda di Peter Weir, l’avvocato David Burton attraversa una frattura ontologica che è il nucleo di tutto il cinema spirituale moderno: il passaggio dalla legge scritta alla legge sognata, dalla parola alla visione, dalla razionalità occidentale al Dreamtime aborigeno. Non si tratta di conversione ideologica, ma di metamorfosi percettiva. Burton non “impara” qualcosa: viene spostato. L’onda finale che incombe sulla spiaggia non è una minaccia meteorologica ma un’epifania. È la rivelazione che la realtà non coincide con ciò che possiamo verbalizzare. Qui la connessione con Astral Weeks e con Enlightenment diventa naturale. Nei dischi più mistici di Van Morrison, la verità non è oggetto di discorso ma esperienza immediata. È “inarticolata”, come direbbe lui stesso. Non si spiega, si attraversa. Il silenzio che avvolge Burton davanti all’...

Il Diogene del Walkman

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IL DIOGENE DEL WALKMAN (Lo Spartiacque) Torno indietro, Johnny. Solo con la mente, ma in questo strano vecchio mondo è già una rivoluzione. Mi lascio trasportare dal suono, usando la memoria come un veicolo a ottani che non consuma asfalto ma vita. Procedo a ritroso fino a questa stanza, di fronte al laptop acceso oltre il limite del giusto — un’estensione di me, un pezzo di silicio che dice chi sono meglio di quanto farebbe un documento d’identità.  Johnny, ho spento il motore e ho acceso la memoria. È una rivoluzione silenziosa: non consumo più asfalto, consumo vita. Sono qui, inchiodato a questo laptop che è più vero della mia carta d'identità, a cercare il punto esatto in cui il suono si trasforma in ricordo. Dicono che siano solo oggetti, Johnny, ma guarda come uno tiene lo smartphone o la macchina e capirai se ha ancora un’anima o se è solo un involucro. Poi ci sono i feticci. Mi porto dietro la foto di quel ragazzino imberbe e impertinente, spavaldo e fiero, con troppi capel...

A proposito di Sirāt

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Il cinema, quando rinuncia alla funzione rassicurante del racconto e accetta di farsi esperienza, smette di essere intrattenimento e torna a essere rito. Sirāt si colloca in un territorio scosceso, dove l’immagine non serve a spiegare ma a mettere alla prova, e dove lo spettatore non è guidato ma esposto. I l film parte da un plot quasi classico, che confonde lo spettatore, quasi come se fosse una rilettura post-moderna di Sentieri Selvaggi di John Ford, per poi svoltare verso qualcosa di più catartico e di trascendente. Sirat costruisce una condizione, uno stato di attraversamento continuo, in cui il movimento nello spazio coincide con un movimento interiore, il più delle volte scomodo e perturbante. Il deserto non è uno sfondo, ma una forza attiva che sottrae appigli, dissolve coordinate morali e narrative, costringe i corpi e lo sguardo a confrontarsi con il vuoto. In questo senso Sirāt appartiene a una tradizione di cinema che non cerca l’epifania come rivelazione luminosa, ma com...

Sound and Vision: suoni, colori e copertine (1970-1985)

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C’è stato un momento in cui ascoltare un disco significava anche guardarlo, e in cui una copertina poteva suggerire timbri, silenzi e stati d’animo prima ancora che l’ago toccasse il vinile. Tra il 1970 e la metà degli anni Ottanta, rock e jazz hanno costruito un dialogo profondo tra suono e immagine, dalla psichedelia di Santana alle geometrie di Springett, fino alla spiritualità silenziosa di Van Morrison e alla sinestesia cromatica di Miles Davis. Un percorso in cui colori e note imparano a risuonare insieme. C’era un tempo in cui musica e immagine non si limitavano a convivere, ma costruivano insieme un linguaggio condiviso, fatto di rimandi, corrispondenze e risonanze interiori. Le copertine non erano semplici involucri ma superfici sensibili, capaci di suggerire suoni, atmosfere e traiettorie emotive prima ancora dell’ascolto. Guardare un vinile significava già entrare in un clima sonoro, e ascoltarlo voleva dire completare un’immagine, secondo la stessa logica che David Bowie av...