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L’aroma del tempo e della materia

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Oggi voglio portarvi in un luogo che esiste solo nel nostro bagaglio emotivo più profondo. Un mondo di odori che la profumeria ha cancellato perché troppo grezzi, troppo intensi, quasi osceni: benzina, Brillantina Linetti, nastro adesivo, acetone, lozioni da barbiere, vecchi liquori ossidati, libri ingialliti.  Per la maggior parte delle persone sono solo fastidi. Per altri sono una porta.  Questo saggio attraversa quella porta. Non celebra il “cattivo odore”, ma la bellezza segreta e potente che solo certi aromi non convenzionali sanno liberare: la capacità di trasformare la chimica del tempo in memoria viva, in nostalgia fisica, in pura consolazione materica. Chi possiede questa sensibilità non cerca profumi. Cerca il sapore del tempo che passa sulla materia. E lo trova esattamente dove gli altri distolgono lo sguardo. 1. La memoria materica Esiste una forma di sensibilità olfattiva che sfugge alle convenzioni della profumeria e persino alle categorie con cui siamo soliti di...

Il graffio e il volano - Saggio sociologico

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Il graffio e il volano - Un saggio sulla smaterializzazione del gusto e della fiducia Introduzione: L’Inerzia del Sapore Esiste un momento esatto in cui l'industria alimentare mondiale ha smesso di produrre esperienze e ha iniziato a vendere volumi. Questa transizione non è stata registrata dai libri di storia, ma è rimasta impressa, come un trauma chimico, sulle papille gustative di una generazione. Chi è cresciuto a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 custodisce una memoria sensoriale che oggi appare quasi mitologica: il ricordo di liquidi duri, sferzanti, punitivi per le mucose, capaci di imporre la propria presenza fisica attraverso il dolore e il contrasto. Oggi il capitalismo della sorveglianza alimentare ha imposto il dogma della drinkability e della standardizzazione assoluta. Ogni spigolo è stato smussato, ogni asprezza eliminata per favorire un consumo quantitativo e asettico. Ma per comprendere come siamo arrivati a questo appiattimento globale, è necessario azzerare il tempo...

Billie Eilish e il fan over 45

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Nostalgia, autenticità e crisi dell’alterità nel pop contemporaneo L’ascesa globale di Billie Eilish ha prodotto un cortocircuito culturale e demografico raro nella storia recente della musica pop. In un’industria che segmenta il pubblico in compartimenti sempre più rigidi e algoritmici, la cantante californiana è riuscita a insinuarsi nell’immaginario di una fascia generazionale che normalmente osserva le nuove icone adolescenziali con distacco, ironia o paternalismo. Il caso di Billie Eilish non riguarda quindi soltanto il successo di una giovane artista, ma la comparsa di un oggetto culturale ambiguo capace di destabilizzare le tradizionali gerarchie tra culture giovanili e pubblico adulto. Tracciare un profilo sociologico e musicale del fan over 45 di Billie Eilish significa addentrarsi in un territorio complesso, dove nostalgia, critica culturale, desiderio di autenticità e sospetto verso il mercato convivono in maniera contraddittoria. Per molti adulti cresciuti tra la fine de...

Il Grande Bastone della Neutralità

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  Il Grande Bastone della Neutralità Prima del Grande Bastone della Neutralità non esisteva misura. Le parole cadevano nel mondo come meteoriti. Ogni aggettivo era un eccesso. Ogni metafora un'arma bianca. Le frasi non si limitavano a descrivere: inclinavano, dividevano, incendiavano. La gente parlava come se parlare fosse un diritto incontrollabile. Rideva con violenza. Si indignava con talento. Esagerava per sport. Non c'era ancora un centro. Non c'era un asse. Non esisteva un punto di equilibrio capace di assorbire l'urto delle opinioni. In quel tempo si raccontava di due figure—Oreste e Settimio—che giravano per il mondo con un retino per farfalle e un barattolo di vetro. Dicevano di catturare secondi. Secondi perduti, secondi rimandati, tutti quei "lo faccio poi" che la gente lasciava cadere come briciole. Li raccoglievano, li sigillavam, li archiviavano in qualche luogo che nessuno aveva mai visto. Una leggenda, forse. O forse no. Nessuno lo sapeva...

Apocalypse Like (e il tè era very cool!)

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APOCALYPSE LIKE (e il tè era very cool!) Oreste avanzò per primo, non con passi ordinari, ma scivolando su un binario invisibile di protocolli violati, come un vagone deragliato che finge ancora di seguire la linea retta della burocrazia. Tra le mani stringeva il suo retino telescopico, un artefatto antico quanto il primo dubbio umano, ora vibrante di una luce violetta – la frequenza esatta dei dubbi non risolti, quei pensieri che rimbalzano tra le sinapsi senza mai atterrare su una conclusione. Dietro di lui, Settimio procedeva con cautela, portando il barattolo dei secondi: il vetro era così caldo che l'aria attorno ai suoi polsi si deformava in miraggi di vetro fuso, come se il tempo stesso stesse sudando per lo sforzo di rimanere coerente. La stanza – se così si poteva chiamare quel cubicolo sospeso nel Poi – odorava di caffè stantio e carta ingiallita, con pareti di cartongesso che sembravano sul punto di sgretolarsi sotto il peso di troppi memorandum non letti. Una stan...

Le chiavi del poi

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LE CHIAVI DEL POI Ernesto Armando "Che" Berlingieri aprì il cassetto delle forbici per la terza volta quella mattina. Le forbici non c'erano, come al solito. C'era invece un tintinnio. Leggero, metallico, quasi discreto, come monete in una tasca che non ricordava di aver indossato. Come il rumore che fa qualcosa quando decide di farsi notare. Tirò fuori il cassetto fino in fondo. In mezzo a matite spuntate, volantini vecchi e fazzoletti scaduti, c'era un mazzo di chiavi. Non le sue. Erano le chiavi del Poi: quelle che aprono ciò che tutti rimandano, ciò che aspetta da troppo tempo. Tre, forse quattro, strane come oggetti usciti da un sogno altrui: una a forma di ora storta, una curva e consumata dalla fatica di un appuntamento rimandato troppe volte, una più pesante e opaca — la chiave di una porta che non era ancora stata costruita ma che sarebbe apparsa inevitabile nel momento in cui qualcuno avesse smesso di dire «lo faccio poi». Questa ultima era la più ...

Un mercoledì di ordinaria amministrazione

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Bisogna chiarire subito una cosa sul mercoledì: non aveva fatto domanda. In condizioni normali, questo sarebbe bastato a escluderlo. Il Dipartimento per la Supervisione dei Giorni Centrali — terzo piano, scala B, ascensore che funziona solo se premi il piano prima di entrare, altrimenti ti scarica nel seminterrato dei pomeriggi sospesi e delle ore piccole che nessuno ha reclamato — non accettava presenze spontanee. Accettava richieste in triplice copia, timbrate, firmate con grafia leggibile e corredate da giustificazione temporale. Il Dipartimento esisteva. Aveva una targa leggermente inclinata, un regolamento rilegato in cartone grigio e una cassetta della posta che riceveva lettere scritte il venerdì ma spedite il lunedì — quello che Settimio chiamava «anticipazioni emotive». Era aperto il martedì. Il martedì era in convalescenza da tempo indefinito, certificato rinnovabile ogni 365 giorni con calligrafia illeggibile. Questo lasciava un vuoto amministrativo. I vuoti amministrati...