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Il Grande Bastone della Neutralità

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  Il Grande Bastone della Neutralità Prima del Grande Bastone della Neutralità non esisteva misura. Le parole cadevano nel mondo come meteoriti. Ogni aggettivo era un eccesso. Ogni metafora un'arma bianca. Le frasi non si limitavano a descrivere: inclinavano, dividevano, incendiavano. La gente parlava come se parlare fosse un diritto incontrollabile. Rideva con violenza. Si indignava con talento. Esagerava per sport. Non c'era ancora un centro. Non c'era un asse. Non esisteva un punto di equilibrio capace di assorbire l'urto delle opinioni. In quel tempo si raccontava di due figure—Oreste e Settimio—che giravano per il mondo con un retino per farfalle e un barattolo di vetro. Dicevano di catturare secondi. Secondi perduti, secondi rimandati, tutti quei "lo faccio poi" che la gente lasciava cadere come briciole. Li raccoglievano, li sigillavam, li archiviavano in qualche luogo che nessuno aveva mai visto. Una leggenda, forse. O forse no. Nessuno lo sapeva...

Le chiavi del poi

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LE CHIAVI DEL POI Ernesto Armando "Che" Berlingieri aprì il cassetto delle forbici per la terza volta quella mattina. Le forbici non c'erano, come al solito. C'era invece un tintinnio. Leggero, metallico, quasi discreto, come monete in una tasca che non ricordava di aver indossato. Come il rumore che fa qualcosa quando decide di farsi notare. Tirò fuori il cassetto fino in fondo. In mezzo a matite spuntate, volantini vecchi e fazzoletti scaduti, c'era un mazzo di chiavi. Non le sue. Erano le chiavi del Poi: quelle che aprono ciò che tutti rimandano, ciò che aspetta da troppo tempo. Tre, forse quattro, strane come oggetti usciti da un sogno altrui: una a forma di ora storta, una curva e consumata dalla fatica di un appuntamento rimandato troppe volte, una più pesante e opaca — la chiave di una porta che non era ancora stata costruita ma che sarebbe apparsa inevitabile nel momento in cui qualcuno avesse smesso di dire «lo faccio poi». Questa ultima era la più ...

Un mercoledì di ordinaria amministrazione

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Bisogna chiarire subito una cosa sul mercoledì: non aveva fatto domanda. In condizioni normali, questo sarebbe bastato a escluderlo. Il Dipartimento per la Supervisione dei Giorni Centrali — terzo piano, scala B, ascensore che funziona solo se premi il piano prima di entrare, altrimenti ti scarica nel seminterrato dei pomeriggi sospesi e delle ore piccole che nessuno ha reclamato — non accettava presenze spontanee. Accettava richieste in triplice copia, timbrate, firmate con grafia leggibile e corredate da giustificazione temporale. Il Dipartimento esisteva. Aveva una targa leggermente inclinata, un regolamento rilegato in cartone grigio e una cassetta della posta che riceveva lettere scritte il venerdì ma spedite il lunedì — quello che Settimio chiamava «anticipazioni emotive». Era aperto il martedì. Il martedì era in convalescenza da tempo indefinito, certificato rinnovabile ogni 365 giorni con calligrafia illeggibile. Questo lasciava un vuoto amministrativo. I vuoti amministrati...