A proposito di Sirāt
Il cinema, quando rinuncia alla funzione rassicurante del racconto e accetta di farsi esperienza, smette di essere intrattenimento e torna a essere rito. Sirāt si colloca in un territorio scosceso, dove l’immagine non serve a spiegare ma a mettere alla prova, e dove lo spettatore non è guidato ma esposto.
Il film parte da un plot quasi classico, che confonde lo spettatore, quasi come se fosse una rilettura post-moderna di Sentieri Selvaggi di John Ford, per poi svoltare verso qualcosa di più catartico e di trascendente.
Sirat costruisce una condizione, uno stato di attraversamento continuo, in cui il movimento nello spazio coincide con un movimento interiore, il più delle volte scomodo e perturbante.
Il deserto non è uno sfondo, ma una forza attiva che sottrae appigli, dissolve coordinate morali e narrative, costringe i corpi e lo sguardo a confrontarsi con il vuoto.
In questo senso Sirāt appartiene a una tradizione di cinema che non cerca l’epifania come rivelazione luminosa, ma come frizione, come attrito prolungato tra chi guarda e ciò che viene mostrato. Il deserto diventa una zona di verità proprio perché priva di simboli consolatori: non promette redenzione, non garantisce trasformazione, non offre una meta chiara. È un luogo che funziona come un acceleratore esistenziale, dove ogni gesto pesa di più e ogni decisione si carica di una gravità improvvisa. Il viaggio non è eroico, non è nemmeno iniziatico nel senso classico: è una prova di resistenza percettiva, una sfida alla capacità di restare dentro l’incertezza senza chiedere spiegazioni.
La musica, in questo contesto, non accompagna l’immagine ma la perfora. La techno che attraversa Sirāt non svolge il ruolo di colonna sonora emotiva: è una presenza materiale, quasi fisica, che costruisce comunità temporanee e le dissolve con la stessa rapidità. È ritmo che organizza il caos, ma anche forza che spinge i corpi oltre il limite, verso una soglia dove l’esperienza sensoriale sfiora la trance e il collasso. Il cinema, qui, si avvicina alla funzione arcaica del rito: sospende il tempo ordinario, crea uno spazio altro, mette in scena una forma di attraversamento che non garantisce salvezza ma promette intensità.
È proprio in questa dimensione che Sirāt rivela il cinema come atto di scoperta e di trascendenza negativa. Non perché sveli un significato nascosto, ma perché costringe a fare i conti con l’assenza di significati preconfezionati. L’idea stessa di “ponte”, evocata dal titolo, non rimanda a un passaggio sicuro ma a una soglia instabile, sottile, esposta al rischio della caduta. Guardare il film significa accettare di camminare su quel ponte senza corrimano, senza sapere cosa ci sia dall’altra parte, e soprattutto senza la certezza che un’altra parte esista davvero. È un cinema che non consola, ma restituisce allo sguardo la sua responsabilità.
Questo tipo di attraversamento non è estraneo alla musica popolare di fine anni Settanta, quando alcuni dischi cruciali hanno funzionato come veri e propri lavori di soglia.
Exodus di Bob Marley and The Wailers è molto più di un album reggae di successo: è un’opera che trasforma l’esperienza dell’esilio, della diaspora e della persecuzione politica in un racconto spirituale collettivo. L’“esodo” non è solo movimento geografico, ma condizione esistenziale permanente, tensione verso una liberazione che è insieme politica e interiore. Anche qui il viaggio non conduce a una terra promessa facilmente raggiungibile: è un cammino che si regge sulla musica, sul ritmo condiviso, sulla possibilità di trasformare la precarietà in danza, il dolore in resistenza.
Ancora più radicale è la traiettoria di Bob Dylan tra Street-Legal, Slow Train Coming e Saved, trittico irregolare, spesso frainteso che segna uno dei passaggi più esposti della sua carriera. Street-Legal è il disco della soglia, dell’ambiguità, dell’inquietudine irrisolta: testi affollati, arrangiamenti tesi, una spiritualità che preme ma non ha ancora trovato una forma definitiva.
Con Slow Train Coming, volutamente messo in evidenza, Dylan attraversa il ponte senza più protezioni: la conversione religiosa non è un tema, ma una frattura che ridisegna voce, scrittura e postura artistica. Saved porta questa scelta fino alle estreme conseguenze, trasformando la musica in testimonianza e il concerto in atto quasi liturgico, incurante del consenso, ma fedele solo all’urgenza interiore.
A proposito del finale di Sirāt, il senso ultimo del film si chiarisce proprio nel momento in cui rinuncia a qualsiasi chiusura risolutiva. Non c’è catarsi, non c’è approdo, non c’è vittoria da celebrare. Bisogna invece abbandonare l’illusione del controllo. Il film suggerisce che la sofferenza non nasce tanto dalla precarietà in sé, quanto dal tentativo ostinato di negarla, di dominarla, di piegarla a una traiettoria rassicurante. Quando si smette di pretendere che il viaggio conduca da qualche parte, che abbia un senso definitivo, che produca un risultato, la tensione si scioglie e lo spazio si fa improvvisamente abitabile.
Accettare l’eterna instabilità non significa cedere al caos, ma trasformarla in leggerezza. Il movimento continuo, che fino a quel punto appariva come una condanna, diventa una forma di presenza. Il viaggio senza fine, se condiviso, smette di essere una prova individuale e si trasforma in un’esperienza di prossimità, forse l’unica capace di offrire conforto. È questo l’unico lieto fine possibile: non la salvezza, ma la compagnia; non l’arrivo, ma l’attraversamento.
Come recita un antico detto islamico "Stringi il pugno e non ti resterà in mano neanche un granello di sabbia, tieni le mani aperte e ci passerà attraverso tutta la sabbia del mondo".
Sirāt non insegna a possedere il reale, ma a lasciarselo attraversare. In questa rinuncia, fragile e al contempo radicale, si apre una forma di trascendenza non dogmatica, una spiritualità della soglia che non promette salvezza, ma offre la possibilità di camminare insieme.
E come diceva la canzone: "Camminiamo ancora insieme sopra il male, sopra il bene, ma i fiumi si attraversano e le vette si conquistano. Corri fino a sentir male, con la gola secca sotto il sole".
Testo a cura di Street-Legal


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