Le chiavi del poi


LE CHIAVI DEL POI

Ernesto Armando "Che" Berlingieri aprì il cassetto delle forbici per la terza volta quella mattina. Le forbici non c'erano, come al solito. C'era invece un tintinnio.

Leggero, metallico, quasi discreto, come monete in una tasca che non ricordava di aver indossato. Come il rumore che fa qualcosa quando decide di farsi notare. Tirò fuori il cassetto fino in fondo. In mezzo a matite spuntate, volantini vecchi e fazzoletti scaduti, c'era un mazzo di chiavi. Non le sue.

Erano le chiavi del Poi: quelle che aprono ciò che tutti rimandano, ciò che aspetta da troppo tempo. Tre, forse quattro, strane come oggetti usciti da un sogno altrui: una a forma di ora storta, una curva e consumata dalla fatica di un appuntamento rimandato troppe volte, una più pesante e opaca — la chiave di una porta che non era ancora stata costruita ma che sarebbe apparsa inevitabile nel momento in cui qualcuno avesse smesso di dire «lo faccio poi». Questa ultima era la più usurata di tutte. Come se fosse stata girata a vuoto per anni.

Le prese in mano. Tintinnarono di nuovo, e stavolta non era solo suono. Era un ricordo non suo: gradini sotto una luce obliqua, odore di naftalina misto a caffè freddo e riunione condominiale al terzo punto dell'ordine del giorno, un giovedì che fingeva di non vedere niente perché era allenato a fingere.

«Che cazzo è 'sta roba», mormorò. Ma lo sapeva già. Era roba rimandata, arrivata a riscuotere.

Prese il telefono, aprì il blog semi-censurato e scrisse: «Oggi il Cossuttiano ha trovato le chiavi del mercoledì. Non le ha chieste. Non ha presentato domanda. Il Grande Bastone della Neutralità non ha ancora lampeggiato. Forse perché anche lui sa che certe porte non si chiudono più.»

Premette invio. Il Bastone esitò. Un secondo. Due. Tre. Poi, invece del rosso fuoco di sempre, emise un suono nuovo: un clic. Come una serratura che si apre da sola. Come il rumore che fa una decisione quando smette di essere rimandata. Le chiavi sparirono dal cassetto. Erano nel suo taschino. Tintinnarono piano, quasi allegre. Ernesto provò la chiave più consumata sull'armadio a muro del corridoio — pannello ingiallito, targhetta adesiva «Archivio Storico – Non Aprire Mai Più». La serratura arrugginita non oppose resistenza. Entrò con precisione, come se fosse stata oliata quella mattina. Come se quella chiave fosse sempre stata destinata a quella porta e solo a quella.

La porta si aprì di uno spiraglio.

Dall'interno non uscì polvere o naftalina. Uscì tempo. Denso, viscoso, con la consistenza di caffè lasciato raffreddare troppo a lungo. Ernesto sentì il petto stringersi, come se qualcuno avesse premuto pausa sul suo respiro. L'aria attorno alla porta vibrava leggermente.

Guardò dentro. L'armadio non era più un armadio. Era un corridoio breve ma non finito: pareti di cartongesso grezzo, luce giallastra senza origine. Sul pavimento, mucchietti di cose rimandate: biglietto del treno per una città inesistente, lettera d'amore mai spedita, agenda del 2019 aperta su «domani lo faccio», hard disk con etichetta «Backup della mia vita – da finire».

Tutto ordinato. Troppo ordinato. In fondo, una porta socchiusa. Dalla fessura: tintinnio delle altre chiavi, come se si chiamassero tra loro. Fece un passo dentro. Il pavimento cedette leggermente, come minuti compressi. Si voltò: la stanza alle spalle era ancora lì, ma vista attraverso vetro spesso. La scrivania. Il computer. Il caffè freddo. Chiuse la porta. Clic definitivo. Il telefono vibrò. Il Bastone — ora un cilindro freddo in tasca — aveva una minuscola serratura. Esattamente della forma della chiave consumata. Ernesto rise piano, con quel riso che usava quando capiva di aver perso il controllo ma la perdita era diventata lo spettacolo più bello della vita. Inserì la chiave. Girò. Il Bastone sospirò — lungo, stanco, quasi umano. La lucina rossa si spense. Sul metallo comparve, incisa a mano: «Neutralità terminata. Procedere con cautela. O senza.»

Il corridoio si illuminò di luce obliqua. In fondo, la porta socchiusa si aprì di un altro spiraglio. Dall'altra parte, Ernesto intravide una scrivania familiare: quella di Oreste, con il retino telescopico e un barattolo di secondi che vibrava piano. Il Bastone vibrò di nuovo. Non censurava più. Amplificava. Ogni frase che passava attraverso di lui veniva capovolta: smussata al contrario, resa grottesca, esagerata, virale per definizione. Come se la neutralità, una volta liberata, avesse deciso di vendicarsi con gli interessi.

Il post di Ernesto riapparve trasformato, come visto attraverso uno specchio deformante: «IL COSSUTTIANO HA APERTO IL FRIGO DELLA MULTINAZIONALE CHE CONTROLLA I VOSTRI SOGNI. DENTRO: LATTE SCADUTO E UN BIGLIETTO "RIMANDARE È UN DIRITTO UMANO – FIRMA: IL BASTONE". ORA BALLA LA SAMBA SUL CEO. CHI NON BALLA È NEUTRALE. E LA NEUTRALITÀ È FUORI LEGGE.»

Condivisioni esplosero. Droni proiettarono ologrammi: «SATIRA OBBLIGATORIA». Cartelloni: «Bevi Coca-Cola o la Coca-Cola beve te – ridici sopra». Fermate autobus: «Il tuo autobus ride ancora di questo post». Il Bastone vibrò ritmico, danzante. Scritta aggiornata: «Modalità: incontrollabile. Divertiti.» Ernesto rise forte. Rise come non rideva da anni. Come si ride quando il caos diventa finalmente sincero. Le chiavi tintinnarono, come per applaudire. Dal corridoio arrivò un clic sordo. Un sospiro stanco. Oreste e Settimio stavano arrivando. E stavolta il problema non si poteva più misurare.

Erano le chiavi del Poi: e ora, finalmente, nessun poi avrebbe potuto trattenerle.


DANCE ME TO THE END OF LOVE 

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