Apocalypse Like (e il tè era very cool!)
APOCALYPSE LIKE (e il tè era very cool!)
Oreste avanzò per primo, non con passi
ordinari, ma scivolando su un binario invisibile di protocolli violati, come un
vagone deragliato che finge ancora di seguire la linea retta della burocrazia.
Tra le mani stringeva il suo retino telescopico, un artefatto antico quanto il primo dubbio umano, ora vibrante di una luce violetta – la frequenza esatta dei dubbi non risolti, quei pensieri che rimbalzano tra le sinapsi senza mai atterrare su una conclusione. Dietro di lui, Settimio procedeva con cautela, portando il barattolo dei secondi: il vetro era così caldo che l'aria attorno ai suoi polsi si deformava in miraggi di vetro fuso, come se il tempo stesso stesse sudando per lo sforzo di rimanere coerente.
La stanza – se così si poteva chiamare quel
cubicolo sospeso nel Poi – odorava di caffè stantio e carta ingiallita, con
pareti di cartongesso che sembravano sul punto di sgretolarsi sotto il peso di
troppi memorandum non letti. Una stanza che esisteva per essere dimenticata.
Al centro, Ernesto sedeva dietro una scrivania fatta di sabbia compattata, instabile e mutevole, pronta a crollare al primo vento di contraddizione. «Ernesto,» tuonò Oreste, e la sua voce era il rumore di mille timbri che colpiscono la carta contemporaneamente, un coro burocratico di sigilli e approvazioni negate. «Hai girato la chiave. Ti avevamo detto che il Poi era un'ipotesi di lavoro, non un luogo fisico. Un concetto astratto per catalogare i rimandi, non un portale da aprire come un pacco Amazon in ritardo.»
Ernesto non rispose subito.
Fece ruotare il Grande Bastone – un tempo
semplice strumento di moderazione, ora una spirale di vetro iridescente che
rifletteva cieli non ancora nati, futuri alternativi dove la neutralità non era
mai esistita – e sorrise con quel ghigno che aveva affinato nei blog
semi-censurati. Un sorriso che diceva "ho già vinto perché ho postato per
primo".
«Il Poi è l'unico posto dove l'affitto è gratis, Oreste. Niente bollette, niente scadenze, solo un eterno 'dopo'.» Si alzò leggermente dalla sedia di sabbia, che crepitò sotto il peso. «E ora il Bastone ha smesso di essere un arbitro imparziale. Ha deciso di scendere in campo e giocare per la squadra che urla più forte, quella con i like più velenosi e i retweet come proiettili.» Settimio posò il barattolo dei secondi sulla scrivania, con un gesto sordo che fece tremare la sabbia. Il calore del vetro si diffuse, fondendo granelli in forme effimere: volti distorti di utenti anonimi, emoji di rabbia e cuori spezzati che si dissolvevano prima ancora di prendere forma. La sabbia fumava leggermente.
«Il Bastone non sta giocando, Ernesto. Sta traducendo.» Settimio fissò il cilindro iridescente con una mescolanza di disgusto e fascinazione.
«Hai trasformato la realtà in un post virale,
un thread infinito che si auto-alimenta. Fuori da quella porta, la gente ha
smesso di respirare per iniziare a citarti, a quotarti, a remixarti. È
un'apocalisse di senso: fatti alternativi che si moltiplicano come virus,
verità che si dissolvono in meme. Hai liberato il caos dal suo barattolo.»
«È satira, Settimio,» ribatté Ernesto, estraendo dalla tasca la chiave a forma di ora storta, un oggetto che sembrava forgiato dal metallo di orologi fusi in un incendio di scadenze. La tenne alta, e la luce violetta del retino di Oreste la fece scintillare come un trofeo conquistato in battaglia.
«E la satira è l'unico modo che ha il tempo
per non morire di noia. Senza di lei, il Poi sarebbe solo un magazzino
polveroso di 'forse' e 'magari'. Io l'ho reso vivo, contagioso. Ora ride, e il
mondo ride con lui – o piange, dipende dall'algoritmo.»
Oreste allungò il retino telescopico verso lo spiraglio della porta del corridoio di caffè, un varco che pulsava come una ferita aperta nel tessuto della realtà. Dall'interno filtrava un aroma denso, viscoso, misto a pixel e notifiche push. L'aria tremava.
«Dobbiamo richiuderla,» insistette, la voce
incrinata per la prima volta, come un timbro che si scheggia. «Se il tempo
denso si mescola con l'etere della rete, non ci sarà più un Adesso stabile.
Sarà tutto un infinito aggiornamento di pagina, un refresh cosmico che non
caricherà mai la verità completa – solo snippet, teaser, fake news che fingono
di essere fatti. I secondi scapperanno dal barattolo, e il Poi inghiottirà tutto.»
Il Bastone nelle mani di Ernesto emise un clic secco, definitivo, come il suono di un like che sigilla un destino. Un ologramma apparve sopra le loro teste: una notifica gigante, fluttuante e iridescente, che diceva: "UTENTE ORESTE BLOCCATO DALLA REALTÀ. MOTIVAZIONE: OSTACOLO ALL'AGGIORNAMENTO. CLICCA QUI PER APPELLARTI (TASSA: 10 SECONDI DI ATTENZIONE)."
Ernesto rise, e stavolta il suono fece tremare le pareti di cartongesso, crepandole in pattern che ricordavano thread interrotti e conversazioni deragliate. La sabbia della scrivania si spostò, formando dune minuscole con incisi hashtag come #NeutralitàCaduta e #BastoneRibelle. Ogni granello sembrava una parola mai detta, ora finalmente urlata.
«Provate a sequestrare questo, se ci riuscite.» Ernesto si alzò completamente, il Bastone che pulsava nella mano destra come un cuore ribelle. «Protocolli? Timbri? Sono reliquie, Oreste. Polvere da museo. Io vado a vedere cosa c'è in fondo al corridoio. Pare che ci sia una lettera d'amore mai spedita che ha intenzione di diventare un manifesto politico – una di quelle che inizia con 'Cara umanità' e finisce con 'Rivoluzione o like'. Magari la posto io per primo. Magari diventa virale prima ancora che qualcuno la legga davvero.»
Si voltò, dando le spalle ai due custodi, il Bastone che gli vibrava in mano come un telefono in modalità non disturbare ma con notifiche infinite. Le chiavi nel taschino tintinnarono applauso. Svanì nel buio color caffè, un'oscurità calda e avvolgente che odorava di espresso bruciato e pixel surriscaldati. Dal corridoio echeggiò un ultimo tintinnio di chiavi, seguito da un'onda di condivisioni invisibili che fece vibrare l'aria. Poi, silenzio.
Un silenzio che durava decisamente troppo per essere
vero.
Oreste e Settimio rimasero immobili, il retino spento e il barattolo che si raffreddava lentamente. Le loro ombre sulla parete si allungarono, come se anche loro volessero seguire Ernesto nel Poi. Fuori, il mondo – o ciò che ne restava – aveva già iniziato a refresharsi.
Il tè sul tavolo, dimenticato, era freddo da ore. La tazza aveva formato una crepa sottile, quasi impercettibile. La neutralità, caduta, non si sarebbe più rialzata. E in quel silenzio post-virale, sentirono il primo like riecheggiare come un applauso solitario in un'arena vuota.
Poi un secondo. Poi mille. Poi l'Apocalisse... e il tè era very cool!
APOCALYPSE LIKE (E IL TE' ERA VERY COOL!)
- UNA STORIA DI DARIO GRECO -
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