Dalla profezia al sale: analisi del trascendente nel cinema e nella vita


L’illuminazione inarticolata: da Peter Weir a Van Morrison

Il nostro viaggio comincia in Australia, sotto un cielo gravido di presagi. In L'ultima onda di Peter Weir, l’avvocato David Burton attraversa una frattura ontologica che è il nucleo di tutto il cinema spirituale moderno: il passaggio dalla legge scritta alla legge sognata, dalla parola alla visione, dalla razionalità occidentale al Dreamtime aborigeno. Non si tratta di conversione ideologica, ma di metamorfosi percettiva. Burton non “impara” qualcosa: viene spostato. L’onda finale che incombe sulla spiaggia non è una minaccia meteorologica ma un’epifania. È la rivelazione che la realtà non coincide con ciò che possiamo verbalizzare. Qui la connessione con Astral Weeks e con Enlightenment diventa naturale. Nei dischi più mistici di Van Morrison, la verità non è oggetto di discorso ma esperienza immediata. È “inarticolata”, come direbbe lui stesso. Non si spiega, si attraversa. Il silenzio che avvolge Burton davanti all’onda è lo stesso silenzio che terrorizza chi tenta una purificazione forzata, come Travis Bickle in Taxi Driver. Travis cerca redenzione attraverso la violenza, attraverso un atto di volontà. Burton invece smette di lottare. È qui la differenza tra fanatismo e illuminazione: uno impone senso, l’altra lo accetta. L’illuminazione non è conquista ma resa.

Il male è un gesto fisico: la corruzione della perfezione

Se Weir ci parla di una trascendenza che assorbe, Angel Heart di Alan Parker ci conduce nella direzione opposta. Qui lo spirituale non eleva, ma scava. Il simbolo decisivo non è un fulmine né una visione apocalittica. È un uovo sodo. L’uovo, archetipo universale di creazione, totalità chiusa e perfetta, viene inciso dalle unghie curate di Louis Cyphre. Il gesto è minuscolo, ma metafisicamente devastante. Quando il diavolo aggiunge il sale, non sta semplicemente insaporendo un alimento: sta correggendo la natura. Sta affermando che la perfezione originaria necessita del suo intervento. Il sale, che nella tradizione conserva e purifica, qui corrode. È la superbia di chi vuole marchiare la creazione con la propria firma. In questa inversione simbolica, Parker mette in scena una teologia del rovesciamento: non c’è ascesa, solo memoria rimossa che riaffiora. Se nei territori morrisoniani del The Healing Game la guarigione è un ritorno all’origine, in Angel Heart la verità non salva. Condanna. La rivelazione non è battesimo ma sentenza. Il male non è un concetto astratto. È un gesto fisico, quotidiano, apparentemente innocuo. È l’atto di “aggiungere” qualcosa al mondo quando il mondo non ne ha bisogno.

Il sale come confine: tra rito, superstizione e storia

Uscendo dalla sala cinematografica, il simbolo del sale non si dissolve. Si materializza nella storia. In Italia il sale è stato potere economico, arma strategica, motivo di conflitto. Le Repubbliche Marinare lo hanno controllato come una risorsa vitale, e la sua assenza ha prodotto identità. Il pane sciocco toscano, privo di sale, non è solo una scelta gastronomica: è memoria di blocchi navali, di orgoglio, di resistenza trasformata in tradizione. Qui il simbolo si fa politico. Eppure resta anche rituale. Il gesto del presidente Romeo Anconetani che spargeva sale sull’erba dell’Arena Garibaldi non è distante dai riti ancestrali evocati da Weir o dalle invocazioni oscure di Parker. È il tentativo umano di tracciare un perimetro contro l’imprevedibile. Di stabilire un confine tra caos e controllo. Il sale diventa soglia. Può essere protezione o maledizione. Dipende dall’intenzione. Dipende dalla postura interiore di chi lo maneggia.

L’onda e la riva

Attraversando cinema, musica e storia abbiamo scoperto una cosa semplice e inquietante: il trascendente non è altrove. È nei gesti minimi, negli oggetti quotidiani, nei silenzi che precedono una scelta. Un’onda che avanza. Un uovo inciso. Una manciata di sale lanciata su un campo da calcio. Un pane privo di sapore che diventa memoria collettiva. Siamo tutti interpreti di segni. Cerchiamo di comprendere il “discorso del cuore” in un mondo che appare frammentato, e oscilliamo continuamente tra l’abbandono fiducioso e la volontà di controllo. Forse la vera linea di confine non è tra bene e male, né tra fede e scetticismo, ma tra chi accetta di essere parte dell’onda e chi pretende di correggerne il moto.

Il sale può consacrare oppure contaminare. L’illuminazione può essere resa oppure arroganza. E allora riaffiora un antico stratagemma, quasi una formula esoterica che attraversa i secoli: attraversare il mare per ingannare il cielo. Spostarsi orizzontalmente per eludere ciò che incombe dall’alto. Cambiare rotta, cambiare prospettiva, illudersi di poter aggirare il destino attraverso l’astuzia. Ma l’onda non si lascia ingannare. Il cielo non dimentica. E noi restiamo sempre lì, sulla riva, in attesa di capire se ciò che avanza verso di noi è distruzione o rivelazione.

DANCE ME TO THE END OF LOVE

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